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DI FEDERALISMO C’E’ SOLO IL NOME. MEGLIO RICOMINCIARE DA CAPO di Davide Zoggia |
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Il federalismo da motore di sviluppo si sta trasformando sempre più in un sistema confuso e impastoiato che non riesce a riconoscere tra virtuosi e spendaccioni, perché sarà' sempre Roma a decidere se cancellare o meno i peccatucci di bilancio. Il fisco municipale per ora è solo fumo negli occhi, un sistema mal fatto che complica le cose e determina solo ulteriori sperequazioni. La tassa sugli immobili è un guazzabuglio terribile e in questo caos la proposta del Pd, l'unica che consentirebbe una impostazione equilibrata, rischia di essere snaturata in maniera inaccettabile. La confusione regna sovrana e una riforma importante che avrebbe richiesto un cammino condiviso è diventata un patchwork di provvedimenti estemporanei. Si cercano le soluzioni ardite per cercare di rendere ad esempio agli enti locali la capacità impositiva negata. È il caso della dannosissima proposta Calderoli sulla destinazione della tassa di soggiorno, altro provvedimento assurdo e mal congegnato. Il sistema, così come è concepito produce inevitabili cortocircuiti. È il caso del fondo di perequazione la cui funzione è stata completamente snaturata. Da strumento indispensabile per correggere gli squilibri finanziari, spingendo verso un sistema più equo ed efficace, diviene una sorta di fondo di compensazione continua degli squilibri prodotti da una riforma confusa che penalizza le regioni meridionali. Viene rinnegato il senso stesso della riforma federale, operando in una logica centralista. Sembra una edizione rivista e corretta delle cassa per il mezzogiorno nella sua fase terminale, o di qualche cosa di molto simile. Del federalismo, quello vero, quello in cui chi viene eletto dai cittadini risponde loro direttamente non vi è traccia. Qui le risorse continuano a passare dal centro e non ad essere in un rapporto diretto con il territorio continuando così a fornire alibi ad amministratori incapaci se non scorretti. La riforma federale ha una sua ragion d'essere in una logica riformista, in una azione dove coraggio e conoscenza si combinano. Qui è come se si acquistasse un viaggio per la Polinesia per poi ritrovarsi a passare le vacanze a Ladispoli. Serviva un meccanismo che funga da volano per l'economia, che premiasse i virtuosi rivelando e punendo, nel contempo quanti governavano male e invece non si è fatto niente. È necessario azzerare la confusione e ripartire da una revisione del patto di stabilità interno: un allentamento dinamico e intelligente che consenta ai comuni virtuosi di usare le risorse per opere infrastrutturali e che obblighi gli enti locali con i conti fuori ordine a varare una reale politica di controllo e di tagli agli sprechi. Il patto di stabilità così come è pensato oggi è un ostacolo alla crescita, quando dovrebbe essere, e può essere, motore di sviluppo. Serve un nuovo modello che si ispiri alla regola stabile che sposta l'indicatore di virtuosità sul rapporto entrate-debito, sull'efficienza della spesa, sulla semplificazione e la sussidiarietà nell'erogazione dei servizi e che consenta di trovare in maniera autonoma l'equilibrio tra investimenti necessari ed erogazione di servizi. Così facendo si consentirebbe di migliorare i servizi ed una serie di interventi che possano portare ossigeno nelle casse di tante piccole e medie imprese schiacciate dalla crisi. Bastava partire da qui. Invece la maggioranza ha preferito percorrere la strada tracciata dalla Lega che porta ad un sistema distorto e che di fatto provoca una spaccatura nel Paese. Il federalismo deve contenere una vera autonomia impositiva ed essere accompagnato da una reale responsabilizzazione degli amministratori locali, si parta quindi dalle proposte del Pd e dalla legge delega 42. Così come è adesso è un pasticcio che è meglio azzerare. Questi documenti rappresentano la posizione del PD nella Commissione parlamentare per l'attuazione del federalismo fiscale:
27 gennaio 2011 Autore: Davide Zoggia Fonte: Sito del Partito Democratico |
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Il federalismo è stato venduto al pubblico con un'etichetta che non corrisponde alla realtà del prodotto offerto. Si potrebbe accusare Berlusconi e Bossi di pubblicità ingannevole. Il federalismo di cui parla il governo infatti non esiste. Non esiste in primo luogo perché non c'è l'autonomia fiscale: Tremonti con le sue misure ha riaffermato il centralismo fiscale. Rimane in vigore, infatti, il vecchio sistema impositivo con le tasse pagate a "Roma". La differenza è che ora verrebbero, udite udite, ripartite su base territoriale. Rispetto al passato gli enti locali potranno aumentarle un po' e soprattutto vi sarà un po' più di burocrazia. Esattamente il contrario di ciò che serviva.