| Newsletter n. 6 del 12/12/2008 |
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IL NUOVO PARTITO, ALLA SVELTA!!!
E sarebbe incomprensibile, d'altro canto, che, dopo la prova elettorale di aprile che ci ha visto soccombere contro il centro destra, ma con un consenso elettorale importante su cui costruire il nostro futuro, continuassimo a vivacchiare con organismi centrali e periferici pletorici e senza un effettivo radicamento sul territorio. Non è più giustificabile richiamarci al fatto che siamo nati "solo" poco più di un anno fa. Se vogliamo continuare ad essere noi il motore del cambiamento, dopo che proprio la nostra nascita ha già ridisegnato la rappresentanza politico-istituzionale (basti guardare ai gruppi politici oggi presenti in Parlamento!) dobbiamo essere conseguenti. La costituzione degli organismi dirigenti nazionali e locali con logiche essenzialmente spartitorie si sta rivelando inadeguata né d'altronde Veltroni può pensare di sentirsi confortato solo dall'investitura del "popolo delle primarie". Ci vuole uno scatto nel coinvolgimento pieno di tutte le potenzialità del nuovo partito, dove gruppi dirigenti solidi lavorino per rendere partecipi stabilmente gli elettori delle primarie trasformandoli in "iscritti" effettivi. Non è necessario evocare le vicende di Firenze e di Napoli (ma anche a Bologna sono in corso primarie non semplici) per concludere che non tutto è risolvibile con le primarie. E magari qualche insegnamento deve venire anche dalla faticosa esperienza in atto per selezionare le candidature alle provinciali di Alessandria. Se non si consolidano gruppi dirigenti riconosciuti e autorevoli, con una platea di iscritti reali, tendono a prevalere i personalismi e il peso dei ruoli "istituzionali". Il che non significa, come qualcuno ha affrettatamente scritto, che è esaurito il tempo del "partito dei sindaci", ma che semmai è finito il tempo in cui il "peso" di quei ruoli finisce per personalizzare e restringere il dibattito delle idee. Così è successo per il "Partito del Nord", in questi giorni quasi banalizzato a "coordinamento" gestito dai segretari regionali, o per la collocazione europea del PD, che non può ridursi a scontro fra ex dirigenti dei vecchi partiti. Qualcuno ha in mente cosa ne pensano gli iscritti (se ci sono) e comunque i "soci fondatori" che hanno partecipato alle primarie? Perché non coinvolgerli con una consultazione o un referendum? C'è poi il tema grande dell'etica della politica che non riguarda solo le vicende oggi sotto i riflettori della stampa e delle televisioni, ma che non può che essere il tratto costitutivo di un partito che si è dato un codice etico rigoroso fin dalla sua nascita. Perciò, in attesa di un congresso che non potrà che tenersi alla scadenza programmata, vogliamo darci la svolta che serve? La Direzione nazionale del 19 dicembre dovrà essere un'occasione; meglio se non annacquata da "caminetti" che non favoriscano il chiarimento. Bisogna parlare chiaro al Paese con un progetto "anti-crisi" alternativo a quello proposto dal Governo. E bisogna rilanciare un'idea di partito aperto, trasparente e interessato prima di tutto ai problemi sociali dei cittadini italiani. Questo è l'auspicio che ho anche espresso insieme ad altri colleghi deputati con un documento pubblicato nei giorni scorsi su "L'Unità" e su "Europa". Non per mettere in campo una nuova "cordata"interna, di cui non si sente certamente il bisogno, ma per sottolineare una esigenza "trasversale" e largamente condivisa di allargare il dibattito e far decollare davvero il Nuovo Partito. Il PD ha le risorse per affermarsi come il fatto innovativo di cui la politica italiana ha urgente bisogno. Diamoci una smossa tutti e alla svelta!
Mario Lovelli
P.S.: non ho fatto la solita lettera di taglio informativo parlamentare. Spero che serva per far nascere un dibattito per il quale il mio sito è aperto all'intervento di tutti. Nel frattempo, vi invio qualche documento di aggiornamento parlamentare e rinvio comunque al mio sito.
A seguire:
Montecitorio News
PER RIPARTIRE Lettera - appello sul Partito Democratico e le sue prospettive 2 dicembre 2008
Siamo nel cuore di una "crisi storica" segnata da una recessione globale e dalla minaccia costante di quel terrorismo che ha segnato il mondo dopo l'11 settembre. L'economia - non solo la finanza speculativa - è investita da previsioni allarmanti. Del resto basta guardare a noi. Un milione i posti di lavoro a rischio da qui a un anno. Quattrocentomila i precari a casa entro Natale, e tra questi moltissime donne. Una diffusione della povertà che lambisce e recluta parte del ceto medio. Imprese, anche coraggiose nel modo di stare sui mercati, dal futuro ipotecato. Il tutto in un Paese col bilancio pubblico che conosciamo, coi ritardi e le anomalie note. Fino a ieri eravamo una Nazione perennemente in bilico dentro un G8 che dominava il mondo. Oggi muore il G8 sostituito da un altro club dove per noi difficilmente ci sarà uno spazio significativo. Mentre restiamo una Nazione che non ha risolto il suo problema di fondo: l'aver rinviato per anni una profonda e giusta modernizzazione in termini di crescita e di espansione di opportunità, diritti, responsabilità. Un'Italia declassata: questo è il rischio. Un Paese isolato nelle sue lentezze, burocrazie, ineguaglianze. Dove le élites della politica e della società, in questo appaiate, potrebbero continuare nella mortificazione di talenti e persone per tutelare gli interessi e le rendite di pochi. Un grande paese che letteralmente può perdersi. Spegnersi. Eppure le risorse per reagire ci sono. Ma vanno viste, riconosciute, valorizzate. Il che è una delle ambizioni morali e politiche del Pd. Questo è il quadro: un mondo che cambia in modo vorticoso. Un'Europa alla ricerca della propria funzione. Un'Italia che dovrebbe avere il coraggio, soprattutto adesso, di una "rivoluzione dolce". Rivoluzione di idee, mentalità, contenuti economici e sociali. E che invece è in mano a un governo - a una destra - che si limita a rinnovare le cause della nostra decadenza in nome della triade "Dio Patria e Famiglia". La realtà è che mai come ora siamo di fronte a snodi che investono il nostro destino. Il futuro per le prossime cinque o sei generazioni. La sorte stessa della "democrazia repubblicana". E non perché siano in pericolo principi costituzionali formali ma per lo slittamento progressivo da una democrazia rappresentativa a un "autoritarismo subdolo". Un processo che svuota delle sue prerogative un Parlamento "nominato", che riduce gli spazi della partecipazione, che amplifica l'ossessione mediatica, che prosciuga le residue forme di civismo in un Paese di suo poco incline al rispetto delle regole e dell'etica pubblica. Sono solo alcuni dei temi che il Pd deve affrontare. E la ragione che ha spinto molti tra noi a porre da tempo il nodo della sua cultura politica e del significato autentico di una "vocazione maggioritaria" che non va intesa come "autosufficienza". Che ruolo immaginiamo per l'Italia dei prossimi anni? Che modello di democrazia scegliamo di difendere o promuovere, a partire dal "nostro" federalismo? Come pensiamo di affrontare il tema della crescita: quali terapie d'urto per creare nuova occupazione, per una più equa distribuzione dei redditi, per ridare dignità al lavoro? Che concezione abbiamo di sicurezza e legalità, della cittadinanza, del dialogo sulla pace e sui diritti umani? E come pensiamo di rapportarci a quelle domande di senso che ovunque investono le coscienze e responsabilizzano i parlamenti, a partire dalla difesa del principio della laicità nell'epoca dei fondamentalismi e di temi etici inediti? Insomma la vera domanda è come una politica "autonoma" intende rinnovare quella trama di diritti e doveri, quella comune responsabilità che distingue una società libera e consapevole, e che è l'unica strada per rilanciare una crescita competitiva, giusta socialmente e sostenibile nel suo impatto ambientale. Si dice che guardiamo a Obama. Ma a quale dimensione di Obama? Quella che coltiva nel presente le grandi passioni civili del popolo americano? O anche l'Obama promotore di un programma di innovazione dell'economia e della coesione sociale? O ancora, l'Obama dei diritti civili e della tutela di ogni minoranza? E l'Europa? Possiamo noi - Democratiche e Democratici italiani - costruire oltre Atlantico il nostro campo di riferimenti ideali e culturali? O non è anche dalla storia e dalle radici profonde dell'Europa - della nostra civiltà e memoria - che dobbiamo trarre spunto per consolidare l'innovazione che ci siamo candidati a promuovere e governare? Questione che attiene anche al nodo della nostra collocazione futura nel Parlamento di Strasburgo. Domande serie. Fino a quella - non la meno rilevante - che riguarda il modello di Partito che vogliamo costruire. Quale sarà nei fatti la sua articolazione territoriale, il suo radicamento. Quale sarà il peso dell'autonomia dei partiti regionali, nella definizione della propria cultura politica, delle alleanze, della selezione delle classi dirigenti. Perché una cosa è un partito federale. Altra sarebbe una confederazione di partiti. E ancora: come combineremo la spinta alla partecipazione delle primarie a tutti i livelli con una vita democratica che non si riduca solo a quell'aspetto, pure fondamentale? Non è solo un elenco di temi. Il punto è che la risposta a questi e altri snodi fisserà la cornice culturale del Partito Democratico. Quel Partito che è la risorsa sulla quale abbiamo investito. E che rappresenta per ciascuno di noi la vera speranza di avvenire per il Paese. Non possiamo assistere in silenzio a ciò che avviene sotto i nostri occhi. Un grande progetto di unità e innovazione rischia di smarrirsi dentro logiche di rendita e logoramento. A tutti i livelli. Prima di tutto al vertice, talvolta insofferente verso un confronto di merito sulle scelte che si compiono. Sul territorio dove i conflitti si moltiplicano, e spesso per ragioni di assetto o di potere. Nonostante ciò un "popolo democratico" esiste. Resiste. Reagisce, a partire dai nostri Circoli. Come si è visto al Circo Massimo. O nelle proteste di studenti, insegnati, lavoratori. Ma è lo scarto tra le due dimensioni - il paese reale e la vita politica e democratica del Pd - a creare incertezza, sconcerto, e in alcuni casi un abbandono silenzioso. Di fronte a questa situazione ognuno deve rimboccarsi le maniche. Non basta più dire che siamo nati solo da un anno, che si sono fatte molte cose buone e che il tempo premierà il nostro coraggio. Né il punto è una "resa dei conti" che riduca tutto alla questione della leadership. Noi dobbiamo affrontare e risolvere i problemi. E per farlo non è sufficiente ripetere che le "correnti" sono il male da combattere. E' una frase di buon senso ma prescinde dal fatto che le correnti ci sono. Selezionano le persone sulla base della fedeltà più che del merito, e la maggioranza di chi le contesta - fino dentro il coordinamento nazionale - non può dire di esserne estraneo. Il risultato è che per i più "le correnti fanno male", salvo la propria. Ma non è pensando a questo modo che si fanno dei passi avanti. Per tutte queste ragioni è consolatorio ridurre la discussione sul nostro futuro allo scontro tra singole personalità. Soprattutto non aiuta. Il dovere di ognuno è dibattere dell'avvenire dell'Italia e della nostra democrazia. Senza reticenze. Proprio in nome dell'unità di un partito nel quale potersi sentire "comunità" è giusto confrontarsi in modo libero e limpido su idee e proposte per dare vita finalmente a un "pensiero democratico". Un confronto dove l'appartenenza ai luoghi di tutti sia più forte del sostegno a singole componenti. Che poi è la condizione per una mescolanza che possa dar vita a un pluralismo di segno diverso. Certo, le emergenze incombono. La crisi economica e sociale, le elezioni europee e amministrative. E soprattutto l'azione quotidiana, il "fare". Che passa dal sostegno alle nostre amministrazioni. E dalla qualità della nostra opposizione. In Parlamento, nella società, in ogni comune, provincia, regione. Ma proprio quelle emergenze impongono di affrontare i nodi non risolti nella costruzione del Pd. Perché un equivoco va superato. L'idea che la costruzione paziente dell'unità derivi dall'accantonamento della discussione sulle scelte. Scelte chiare e comprensibili a tutti. La realtà è che il Partito Democratico se vuole riacquistare quella credibilità delle "sue" parole, che oggi pare aver smarrito, deve puntare sulla limpidezza delle sue posizioni. E quella limpidezza non può essere il frutto di rimozioni o unanimismi di facciata ma il prodotto di una discussione franca e appassionata. Noi vogliamo contribuire a farlo, nelle sedi e nei luoghi dove ciò sarà concretamente possibile e nella stessa Conferenza Programmatica. Lo vogliamo fare con umiltà. Per amore della politica. Per passione verso il Partito nel quale crediamo. E per un'idea di partecipazione che dia valore a ogni persona, alla sua autonomia critica e all'impegno di ciascuno.
2 dicembre 2008
DECRETO LEGGE ANTI-CRISI: prime e parziali valutazioni A cura del Comitato economia e finanza del PD Nota n. 9 Il cosiddetto Decreto Legge Anti-crisi (DL 185/08), approvato dal Governo il 28 Novembre scorso, e' inadeguato e, per alcune misure in esso contenute, controproducente. Innanzitutto, va sottolineato che, in termini macroeconomici, non dà alcun sostegno alla domanda aggregata, in quanto le minori entrate e le maggiori spese, sono , sulla carta, interamente compensate. Infatti, i 6 miliardi di euro indicati some sostegno alle famiglie e alle imprese per il 2009 sono interamente "coperti" da aumenti di entrate o riduzioni di spese. A livello macroeconomico, quindi, non e' anti-ciclico, neppure in misura modesta. Semplicemente neutrale. Nessun impulso alla crescita. Siamo l'unico Paese europeo a rinunciare all'apporto delle politiche di bilancio al fine di attutire le conseguenze della crisi in atto. L'analisi delle singole misure evidenzia un impatto pro-ciclico, ossia di peggioramento delle dinamiche in corso. Sono pesantemente pro-cicliche le misure di cui all'art. 29, le quali di fatto annullano gli incentivi agli investimenti in ricerca ed innovazione e le spese per le ristrutturazioni edilizie con finalità ambientali, poiché rendono le agevolazioni fiscali incerte. Le "prenotazioni" rendono l'incentivo incerto. Un incentivo incerto equivale a nessun incentivo. Ritorna la stessa logica sottostante allo svuotamento del credito d'imposta per gli investimenti nel Mezzogiorno, realizzato con il Decreto legge 93/08 del Giugno scorso. L'obbligo di prenotazione delle agevolazioni per la ricerca (pari al 40% delle spese sostenute entro il limite di 50 milioni di euro ad impresa) ed il pesante ridimensionamento, non solo per il futuro, ma anche retroattivo, degli incentivi alla riqualificazione ambientale degli edifici (in origine, detrazione di imposta al 55% fino ad un massimo di 100.000 euro di spesa per immobile) sottrae risorse ad attività ad elevato moltiplicatore economico ed occupazionale (oltre che ad elevato contenuto innovativo), soprattutto per le micro, piccole e medie imprese artigiane. Per i principali obiettivi perseguiti dal Decreto, ossia estensione dell'indennità di disoccupazione oltre il perimetro degli attuali assicurati e potenziamento delle garanzie per l'accesso al credito delle micro, piccole e medie imprese, i provvedimenti sono spostamenti di risorse tra diversi capitoli del Bilancio dello Stato ai quali si associano modestissime integrazioni. Per l'estensione dell'indennità di disoccupazione (art. 19) sono previsti 289 milioni di euro nel 2009. Tale stanziamento e' alimentato per 135 milioni da risorse previste in Bilancio per la formazione professionale e per facilitare l'accesso ai finanziamenti del Fondo Sociale Europeo, per 54 milioni da risorse stanziate per altre indennità di disoccupazione e solo per 100 milioni da risorse aggiuntive. Per favorire l'accesso al credito delle micro, piccole e medie imprese (art. 11), le uniche dotazioni certe ammontano a 150 milioni di euro per il 2009 interamente provenienti dal "Fondo per la finanza d'impresa". Le eventuali ulteriori risorse, qualora effettivamente disponibili (ex 488/92), verrebbero comunque sottratte ad altri provvedimenti a favore delle imprese. I Confidi ricevono una somma pari al 30% del totale degli stanziamenti per l'estensione delle garanzie. Quindi, possono contare soltanto su 45 milioni di euro per il 2009. La riduzione di 3 punti percentuali degli acconti Ires ed Irap riguarda solo le societa' di capitali ed e' configurata come misura una tantum. In sostanza, le imprese beneficiate oggi, si troveranno a pagare un conto fiscale maggiorato nel corso del 2009, in una fase economica prevista in peggioramento rispetto a quella attuale. Per quanto riguarda l'intervento di sensibilizzazione al ciclo degli studi di settore, si prospetta solo un generica intenzione lasciata alla completa discrezionalità del Ministro dell'Economia. Anche per l'Iva per cassa si prevede un interveno di bandiera. Come avevamo sottolineato più volte in campagna elettorale, l'Iva per cassa non e' nelle disponibilità unilaterali degli Stati nazionali, poiché l'Iva e' un'imposta, l'unica, finalizzata ad alimentare il bilancio dell'UE e pertanto disciplinata da una specifica Direttiva Comunitaria. Pertanto, il Decreto introduce l'Iva per cassa sotto condizione di autorizzazione da parte della Commissione e senza specificare i limiti di fatturato entro i quali si potrebbe applicare. In sostanza, i provvedimenti per le imprese, fatto salvo da deducubilità parziale e forfettaria dell'Irap, sono tra l'irrilevante (Studi di Settore ed Iva per cassa) ed il dannoso ("prenotazione" delle agevolazioni fiscali e riduzione delle percentuali di acconto da ripagare nel 2009). La vera politica fiscale per le imprese viene realizzata surrettiziamente attraverso l'allentamento delle maglie della rete anti-evasione. Il Decreto, ufficialmente con finalità di semplificazione, continua l'opera di smantellamento delle misure anti-evasione introdotte dal Governo Prodi. In particolare, viene eliminato il filtro dell'Agenzia delle Entrate per le l'utilizzo di crediti Iva superiori a 10.000 euro ad operazione. Il bonus per le famiglie (art. 1) e' sostanzialmente la ripetizione dell'intervento effettuato dal Governo Prodi nel 2007, quando il Pil era intorno al 2%. Nel 2007, il bonus aveva senso in quanto si perseguiva una finalità redistributiva. Oggi, date le condizioni attuali ed attese dell'economia, sarebbe stato necessario un intervento di portata ben più ampia, sia per importo medio, sia per numero di contribuenti interessati. Data la necessita' di sostenere anche i redditi medi, la misura da attuare, come da giugno proposto dal Pd, sarebbe stata un innalzamento permanente delle detrazioni, per un importo medio di 500 euro all'anno, per redditi da lavoro e da pensione. L'intervento sui mutui (art 2) è il riconoscimento del fallimento, anche questo ampiamente previsto, del Protocollo MEF-ABI del luglio scorso. Finalmente, il Governo accoglie la proposta avanzata dal Pd attraverso emendamenti a vari provvedimenti discussi in Parlamento nei mesi scorsi e dispone che le banche offrano contratti di mutuo a tasso variabile indicizzato al tasso di rifinanziamento principale delle della BCE in alternativa all'Euribor (ancora in questi giorni quasi 100 punti base superiore al tasso di rifinanziamento BCE). Il ritardo del Governo implica un costo di diverse centinaia di euro per le famiglie con mutui a tasso variabile. In ogni caso, va sottolineato che gli oneri per i minori interessi pagati dalle famiglie saranno a carico del Bilancio dello Stato. Ancora una volta, nessun impulso alle competizione tra aziende di credito e nessun sostegno al meccanismo della portabilità dei mutui. Inoltre, si tratta di un intervento tardivo, perché gli interessi sui mutui si stanno già abbassando e che, soprattutto, lascia scoperti i mutui a tasso fisso. Ulteriore misura di rimpacchettamento delle risorse già stanziate è il cosiddetto "Fondo cicogna" (art. 4) per i sostegno ai neonati. Il Fondo e' interamente alimentato da risorse sottratte al Fondo per la famiglia. L'art. 4 contiene anche un colpo pesantissimo al Servizio Civile poiché pone a carico di chi svolge tale attività di volontariato la contribuzione previdenziale (oggi a carico del Fondo Nazionale del Servizio Civile). Il Governo abbandona gli incentivi fiscali al lavoro straordinario, i quali, come riportato in una recente survey della Banca d'Italia, hanno determinato, in una fase recessiva, un prevedibile effetto negativo sull'occupazione (un'ampia fetta di imprese ha preferito allungare l'orario di lavoro fiscalmente agevolato ai lavoratori già occupati piuttosto che ricorrere ad assunzioni). Viene, invece, prorogata e potenziata (innalzando il tetto di retribuzione da 30.000 a 35.000 euro e l'ammontare massimo detassato da 3.000 a 6000 euro) la parziale detassazione dei premi di produttività. La misura in una fase di contrazione dell'attività economica è inutile, dato che, come noto, nelle fasi di recessione la produttività diminuisce poiché la diminuzione percentuale dell'occupazione è minore della riduzione del Pil. La misura sembra, quindi, finalizzata ad offrire, a costo zero per il bilancio pubblico, una sponda alla parte delle organizzazioni sindacali più disponibili nei confronti del Governo. L'assenza di effetti sostanziali sulla produttività non esclude la possibilità di pratiche elusive da parte delle imprese, le quali potrebbero ri-etichettare una parte della retribuzione tabellare come premio di risultato ed ottenere una riduzione del costo del lavoro. Per quanto riguarda gli investimenti infrastrutturali, è il caso di dire "molto rumore per nulla". Si continua nell'operazione di riprogrammazione di risorse esistenti. Il decreto prevede:
Ed è proprio questo l'aspetto da sottolineare dell'intervento complessivo, il fatto che non si fonda su nuove risorse ma semplicemente rialloca somme già previste e stanziate su altri capitoli. Meglio sarebbe, allora, mandare avanti i cantieri locali. La partita Fas rimane, comunque, ancora aperta, anche se va ricordato che le risorse finora distolte dal Fondo (e destinate a sgravi Ici, contributo a Catania e Roma, SSN, emergenza rifiuti in Campania, ecc.) ammontano a quasi 14 miliardi. Anche questo è un argomento su cui torneremo al più presto. Sugli ammortizzatori sociali, al di là della propaganda del Governo, ci sono pochissime risorse finanziarie e una miriade di norme limitanti, specie per i precari. Infine, le misure sul settore energia presentano significative criticità sulle quali torneremo in una successiva nota. In via preliminare, va segnalata la priorità data dal Governo all'ambito dell'energia elettrica, ossia l'ambito che, negli ultimi anni, è stato più investito da processi di liberalizzazione rispetto, ad esempio, al settore del gas.
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Serve il Nuovo Partito, alla svelta! Questa è la lezione che i fatti più recenti dovrebbero insegnarci. Sarebbe incomprensibile, da un lato, che, a oltre un anno dalle primarie del 14 di ottobre, la dialettica interna del PD si riducesse a riproporre le vecchie contrapposizioni dei vecchi partiti fondatori. Non lo capirebbero i nuovi "democratici" che sono entrati in una nuova casa senza provenire da nessuna esperienza politica precedente; ma non lo capirebbero nemmeno quelli che, provenendo dai DS o dalla Margherita, hanno scommesso su un partito che superasse le vecchie logiche e proponesse una cultura politica e una classe dirigente rinnovate.