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OK AI TAGLI DOVEROSI E TASSARE SUL SERIO LE RENDITE FINANZIARIE? di Pier Paolo Baretta |
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Non è certo la Grecia la causa della manovra, ma la linea europea di autodifesa dagli attacchi speculativi all'euro, che passa per la messa sotto controllo del debito pubblico dei singoli Paesi. Eppure, la crisi non è scoppiata all'improvviso: da due anni l'economia globale è in subbuglio e tutti i governi sono alla ricerca di soluzioni. In tutto questo periodo abbiamo incalzato il governo sulla necessità di affrontare in maniera più decisa il progressivo peggioramento della situazione economica e sociale. Berlusconi e Tremonti, invece, hanno volutamente adottato una linea attendista; negato la crisi (prima non c'era e, poi, era già passata). Solo poche settimane fa hanno detto che non ci sarebbe stato bisogno di una manovra correttiva. Per noi non è in discussione la necessità di una manovra, né la sua entità (molti Paesi europei hanno previsto interventi superiori). Ciò che è in discussione è la sua qualità. Ciò che rende una manovra economica accettabile sul piano politico e sociale è che sia efficace nell'obiettivo di ridurre il debito, che sia qua nelle misure che addotta e che stimoli la crescita. E' difficile che, in situazioni complicate come questa, un intervento di politica economico finanziaria sia indolore. Ciò che bisogna guardare, dunque, non è se ci sono o meno "sacrifici", ma quali sono, come vengono distribuiti e a cosa servono. Nella manovra proposta non mancano interventi di un certo peso, alcuni dei quali non vanno scartati, ma di fronte a una manovra di almeno 24 miliardi di euro in due anni ci si poteva aspettare che vi trasparisse una visione strategica sul Paese e non solo un tampone emostatico. Il provvedimento mediaticamente più clamoroso è il taglio dei costi della politica. L'intervento più consistente è la riduzione del finanziamento ai partiti. Si tratta, però, di un intervento isolato che non si inserisce in una riforma organica, quale ad esempio la riduzione del numero dei parlamentari e delle spese derivanti dalla sovrapposizione di troppi livelli istituzionali. Sul piano degli stipendi pubblici la sola operazione prevista è "tagliare" le punte dei ministri e sottosegretari non parlamentari, dei magistrati e dei dirigenti pubblici. Ma non decide di stabilire dei tetti, rinunciando a dare l'esempio e operare una moral suasion verso quella parte sulla quale la legge non può intervenire, ovvero i manager privati che, certamente, non si sono risparmiati in questi anni, in quanto a retribuzioni e bonus. Sul piano sociale si interviene con il blocco degli stipendi dei lavoratori pubblici, il rinvio del pensionamento e i tagli delle invalidità. Sono sacrifici che, nell'attuale congiuntura, possono far parte di un "pacchetto" faticoso, in molti casi ingiusto ma che, data la emergenza, possono, con le opportune correzioni, essere pure prospettati, ma diventano insostenibili se non sono accompagnati da altri interventi di equità sui redditi alti e, soprattutto, sulle rendite e sui patrimoni (non sui risparmi). È proprio impossibile aumentare a livelli europei le imposte sulle rendite finanziarie? L'obiezione più solida che viene portata è che si penalizza la vendita dei titolo di Stato. Ma la portata della crisi è tale che fa giustizia di ogni incertezza: il messaggio sull'equità deve prevalere su ogni altra considerazione. In tutta Europa la questione delle tasse sui patrimoni è all'ordine del giorno, da noi resta un tabù. Se vogliamo salvare lo Stato sociale, dobbiamo certamente adottare politiche capaci di riformarlo, ma, al tempo stesso, è necessario che si faccia comprendere ai mercati che è arrivato il momento di un "compromesso" che tenga in equilibrio risanamento e sostenibilità sociale. È bene, quindi, che nella manovra si parli di lotta alla evasione fiscale. Appare, invece, eccessivo l'intervento sulle Regioni. Il peso della manovra taglia non solo gli sprechi, ma finisce per incidere sui servizi ai cittadini. È arrivato il momento di prendere di petto la riforma del patto di stabilità che sta vessando tutto il comparto degli enti locali. In questa situazione è urgente che il Paese tomi a crescere. È' possibile risanare i conti pubblici e favorire, al tempo stesso, la ripresa economica? Si! Ci vuole il coraggio di pensare in grande. Bisogna cogliere la drammaticità della crisi per operare scelte drastiche che modernizzino la struttura economica. Come? Oltre quanto ho detto sui costi della politica e rendite e patrimoni, si può, in stretto rapporto con le parti sociali e le associazioni di rappresentanza, definire delle contromisure a cominciare dal rilancio delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni (il perimetro pubblico è ancora molto più ampio di quanto si crede). Una razionalizzazione del patrimonio pubblico può recuperare risorse utili ad abbattere il debito, senza ricorrere a misure francamente sgradevoli, quali il condono sulle case fantasma; nonché ridurre le tasse, cominciando a liberare il lavoro (imprenditori e dipendenti) dall'eccessivo peso fiscale, che rallenta la competitività delle nostre imprese e stimolare, anche attraverso accordi coi privati, la programmazione di nuovi investimenti, a partire dal Mezzogiorno. Infine, semplificare la pubblica amministrazione resta un obiettivo tanto sbandierato, quanto non realizzato. Le proposte di Brunetta non erano la ricetta giusta, ma l'affossamento della riforma senza alternative operato da Tremonti è un segnale che non si vuoi cambiare. Va colta la drammaticità della situazione per una seria riflessione sulla nostra strategia di politica economica. Il cambiamento in atto è tale che stanno cambiando i parametri tradizionali con i quali si sono affrontate sinora le crisi. Il rilancio dell'Europa, la riforma del welfare, la fisionomia dello Stato e dei beni pubblici e le regole del mercato rappresentano i terreni principali sui quali lavorare, sia per l'emergenza che per la prospettiva. Pier Paolo Baretta Fonte: Il Nuovo Riformista del 8/06/2010
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