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UNA MANOVRA “ORFANA”? di Mario Lovelli |
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Non poteva essere la manovra finanziaria imposta dall'urgenza delle scadenze europee e dal fallimento del governo Berlusconi a consentirci di archiviare immediatamente e senza pagare un prezzo una fase che ci ha portato sull'orlo del precipizio. Abbiamo alle spalle un triennio a guida PdL e Lega con sette manovre, tre leggi finanziarie e niente riforme, con conseguenze deleterie su settori strategici come la scuola e la ricerca e con una caduta drammatica della produzione e dell'occupazione in interi comparti. Non sono bastati aggiustamenti per 130 miliardi oltre ed una serie infinita di vertici europei per farci uscire, ne' noi ne' l'Europa, dalla crisi mondiale originatasi nel 2008 nei templi finanziari anglosassoni e innestatasi nella crisi dei debiti sovrani che ha travolto la Grecia e portato sull'orlo del baratro l'Irlanda e i paesi "Pigs". La particolarita' della crisi italiana (alto debito pubblico, bassa crescita e incapacita' dei governi di affrontare riforme strutturali dell'economia, della spesa pubblica e delle istituzioni) si inserisce in un contesto europeo dominato dalle destre ed egemonizzato da Merkel e Sarkozy che rischia di portarci ad un avvitamento fra austerita' e recessione se alla disciplina di bilancio non si accompagneranno strumenti comuni per la crescita di tutti.
Non possiamo permetterci di rincorrere una manovra dietro l'altra. Lo hanno ribadito nei giorni scorsi Bersani ed Hollande impegnati a costruire anche con i socialdemocratici tedeschi una nuova piattaforma progressista continentale in vista di elezioni decisive nei rispettivi Paesi. Ecco perche' non si puo' chiedere a un governo di emergenza e di transizione di affrontare in poco tempo problemi aperti che il precedente governo "politico" non solo non era stato in grado di risolvere, ma anzi aveva aggravato nascondendoli in modo propagandistico e irresponsabile, e che l'attuale base parlamentare del governo Monti non consente di affrontare con un indirizzo politico univoco. Si e' rimproverato a Monti di non aver declinato a dovere il trinomio "rigore, equità e crescita" che era alla base della sua investitura da parte del Presidente della Repubblica e delle Camere. E questo e' vero, soprattutto in materia di eta' pensionabile, IMU sulla prima casa, carico tributario eccessivo su consumi di massa, come nel caso dei carburanti, oltre che in tema di liberalizzazioni: qui c'è poca equita' e ci sono ingiustizie nei confronti di una parte dei lavoratori, che vanno corretti, come il PD ha chiesto alla Camera e come continuerà a proporre nei prossimi passaggi parlamentari. Ma e' innegabile che l'impatto della manovra, che ha provato ad affrontare in modo strutturale il tema della previdenza in una logica di equita' generazionale e che ha messo in campo una imposizione "patrimoniale" ampia su beni immobili, beni di lusso e attivita' finanziarie, "scudate" e non, consente di dire che non si sono colpiti semplicemente " i soliti noti", ma anche attraverso una anagrafe tributaria piu' trasparente, il tetto agli stipendi pubblici e il livellamento "europeo" dei costi della politica, ha posto le basi per un cambio di passo nel controllo della spesa pubblica, nella lotta all'evasione fiscale e in una piu' equa ripartizione del carico fiscale,oggi sbilanciato sui redditi da lavoro, sulle pensioni e sulle imprese. Senza dimenticare che la parte del decreto dedicata alla crescita contiene innovazioni importanti come la detassazione dei redditi d'impresa investiti nella ricapitalizzazione, la deduzione Irap sul costo del lavoro e sull'assunzione di giovani e donne a tempo indeterminato oltre alla stabilizzazione delle detrazioni IRPEF del 36 e del 55 % sugli interventi edilizi e di efficientemente energetico.
20 dicembre 2011
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